
ciao, una breve comunicazione, se a qualcuno interessa ancora Wrong, oppure vuole acquistare il disco dei Dirty Sanchez, leggere/vedere Sentieri Selvaggi, ascoltare H, leggere qualche sorpresa, travestirsi per uscire la sera, mi scriva.
Ho sviluppato nella mia vita un odio personale per le concessionarie d'auto, per i venditori d'auto, per i garagisti, tranne uno, l'amico di famiglia, un uomo speciale. Vado a prendere la macchina, il piccolo scatolino chiamato Matiz (mia sorella le ha dato un nome in antico egizio, mi ha mostrato pure il geroglifico) e so che me l'hanno messa nel culo. So che non potevo fare altro ma domani l'affiderò alle mani esperte del mio Uomo Baffuto. E quanto sorrideva l'omettino mentre mi restituiva la fattura.
Odio quando la gente ti giudica in base alla macchinetta che hai. O meglio, non vorrei essere altro da quello che già sono. Mi basta. Non vorrei essere o avere altro. I loro sguardi sono quegli degli idiori, dei coglioni.
Mi mancano i libri. Voglio libri che mi sconvolgno. Ero intenzionato a cercare i libri di Bolano, e poi rimettermi a leggere tutti i libri di Pynchon che ho già letto. Fatica. Fatica. Sono troppo esigente forse.
Ieri sera ho visto e ascoltato Calasso. Insopportabile quell'uomo. Lo so, è coltissimo, tutto si può dire, ma ho come il dubbio che Baudelaire l'avrebbe odiato, che se fosse per lui non avremmo mai avuto i Beatles o i Rolling Stone. No, saremmo ancora fermi all'Ottocento. La sua presunzione da salotto è ridicola. Da pezzente saputello. Da primo della classe che non vedi l'ora di prendere a botte e di lasciarlo steso a terra dolorante. E ricominciare a dargliele il giorno dopo.
Fazio è sempre più imbarazzante nelle interviste.
Sono contento che ci si cominci ad accorgere che la Dandini è bollita da un bel pezzo. Ma proprio da un bel pezzo.
La pioggia. Il freddo. Vorrei vivere in un luogo dove la temperatura non scende mai sotto i venti gradi.
Tutti mi parlano di andare a concerti, di concerti che hanno visto, eccetera. Io non ci vado più da un bel pezzo. Vado ad ascoltare solo gruppi di amici. Nient'altro. Non mi manca il contatto con la gente. Non mi manca l'ebbrezza dal vivo. Ho sempre odiato il contatto fisico. Ho sempre odiato la gente che parla ai concerti. Che scatta foto. Che registra. E gli ultimi tempi il disagio era aumentato spasmodicamente. Un vero schifo. Ci ho pensato oggi, indossando una vecchia maglietta degli Sparklehorse. Sono passati secoli. Esisteva ancora il Tunnel, quel Tunnel, a Milano.
Gli Sparklehorse. Che concerto.
Ieri c'era una vecchietta, che tutte le domeniche si ubriaca, era indecisa se attraversare o no le strisce pedonali. Ero uscito un secondo sfidando il mal di testa e di gola. Le ho chiesto se aveva bisogno d'aiuto. Stava piangendo e dall'altra parte della strada un gruppo di ragazzi su due macchine la stava prendendo per il culo. Lei m'ha risposto che No, non doveva attraversare la strada, stava guardando quei poveri ragazzi. “Vai pure ragazzino, vai pure”. L'ho lasciata lì da sola mentre le auto sgommavano via. Spero che un incidente d'auto trascini all'inferno quei ragazzi. E che i loro corpi siano irriconoscibili per i loro famigliari. Poltiglia. Di quella che piace tanto ai topi.
so long, lonesome.
per un bel po' non penso che ci sentiremo su queste pagine. o forse questo blog, muore oggi. sotto questa forma. non so se verrà mai ripreso. sono stanco. ho in mente dei progetti diversi. un qualcosa che sia cartaceo. un bollettino. un progetto. so che qualcuno vuole aiutarmi. voglio pensare che un piccolo sogno di tanto tempo fa, sia ancora vivo.
chi vuole continuare mettersi in comunicazione mi scriva pure sulla posta di splinder o su libero o via cartacea.
sono metodi che preferisco, in particolare quello cartaceo. più franchi. sinceri.
ho delle cose importanti da fare, finire, sistemare, su cui concentrarmi, perdermi, affondarmi.
un saluto a tutti.
e grazie dell'affetto dimostratomi in queste settimane, mesi, forse anni.
and
qui sotto il disco di un amico...e alcune recensioni dell'album...
MUCCHIO.it
(FUORI DAL MUCCHIO)
Homework Jestrai
L’uscita di “God Is A Major”, l’esordio discografico di Gioele Valenti alias Herself, è stata la prima pietra della new wave di casa Jestrai: una nuova politica per la label di Bergamo, non più indirizzata al rock in italiano sulla falsariga dei Verdena, ma a un indie internazionale capace di spaziare dal rock’n’roll (Fiub) al cantautorato lo-fi costruendosi una nuova identità di maggior spessore artistico. Ora, due anni dopo, Herself torna con un nuovo lavoro, “Homework”, sempre su Jestrai (che nel mentre ha perseguito la sua nuova politica pubblicando, tra gli altri, Dente) e conferma tutto quello che di buono è stato scritto sul suo conto con un disco più maturo e più focalizzato. Le coordinate sono sempre le stesse: un cantautorato lo-fi statunitense che guarda a gente come Sparklehorse e Gravenhurst (con qualche tocco di Eels qua e là) ma non rinuncia alla ricerca della personalità per evitare quel puzzo di stantio proprio della scopiazzatura all’italiana. In queste nove canzoni, Herself dimostra di avere diverse marce in più rispetto a chi, magari con tutte le migliori intenzioni, si limita a riproporre il cliché del cantautore solitario. Le sue canzoni vivono di vita propria ed è forse la cosa migliore, in una scena che si barcamena grazie all’accanimento terapeutico.
Hamilton Santià
ROCKIT
Lui lo definisce il disco pop degli Herself. E lo dice lanciando uno sguardo che trapana qualsiasi dubbio, obiezione, perplessità che sfiori vagamente la testa dell'interlocutore. Perché il nuovo album di Gioele Valenti/Herself, musicista e scrittore palermitano, di pop ha ben poco, almeno ad un ascolto tradizionale. Le batterie minimali e tribali a creare atmosfere da sabba desertico. Chitarre e bassi attraversati da scariche elettriche e percossi da plettri usati come vanghe di ferro. Le voci filtrate di effetti, rumore e crepuscolarismo. Poi, certo, c'è sempre Nick Drake a battere cassa per la robusta ossatura folk di questi nove brani. C'è sempre il vento di Abbey Road a impolverare certi giri di chitarra acustica. E c'è sempre l'approccio a bassa fedeltà di Valenti, sfoltire il superfluo e rinforzare il necessario. E che superfluo. E che necessario. Perché se pop deve essere, quello di Herself non può che essere a quattro dimensioni. Quattro come le pareti di una camera. E non è un caso che sia "Homework" il titolo del terzo album ufficiale – escluso un oscuro demo dalle forti pulsioni avanguardiste. Anche stavolta fatto in casa. Anche stavolta un lavoro che riassume tutte le inclinazioni di quel giano bifronte che è Valenti. Il neofolk e il noise. La bellezza e la cacofonia. Dove i sospiri contano più dei ritornelli e l'acustica viene sventrata come e più di un'elettrica. C'è dunque il rock'n'roll segaligno e sudato di "Hate 1", ideale prosecuzione del sonico lavaggio del cervello operato da "To Become A Trappist/Aerolith" contenuta nel precedente disco. C'è la malinconia che profuma di Scozia prima ancora che di Sicilia di "Between Two Starz". C'è l'arrembante melodia di "The One", che rivede in unplugged tutto un immaginario sonoro che finora pareva esclusivo appannaggio degli shoegazer. E c'è la concezione del dolore di "To An Old Friend", una canzone che, con passo svelto e un filo di voce, è un continuo tornare nel mondo ovattato e a mezze tinte dei ricordi, per salutare qualcuno che non c'è più e per rielaborare il lutto di chi è rimasto al di qua del guado. Parafrasando gli Offlaga Disco Pax, il talento di Gioele Valenti è come l'universo. In espansione. E "Homework" è forse un buon modo per combattere quella stanchezza terribile che ormai sembra accompagnare i riff, le strofe, i musicisti e gli ascoltatori di gran parte della musica moderna.
Mario Lo Iacono
Indie.it, RECensioni, newREC[s] |
Herself è il progetto di Gioele Valenti, autore di poesie e racconti e di due album, il primo uscito per la subcasotto records nel 2004 e il più recente già per Jestrai, pubblicato nel 2005. Homework è la sua ultima produzione ed è prevista per i primi di Ottobre. Quello di Valenti è un folk autistico e da camera, interamente ripiegato sui propri incubi e realizzato in totale autonomia ad eccezione dell’intervento di un violoncello suonato in un brano da Sergio Serradifalco; siamo dalle parti del minimalismo esasperato e ossessivo del primo Bill Callahan con una propensione apocalittica che ricorda alcune release di folk etereo prodotte negli anni da etichette come Constellation. Gioele tratta gli strumenti saturandoli oppure dilatandoli in forme ed effetti che riducono la struttura della forma canzone e si avvicinano al drone. E’ il caso di brani come Hate, noise incazzato e quasi una versione lo-fi di suggestioni industriali; Nails, il brano apparentemente più strutturato e vagamente memore del folk di Elliott Smith senza la prigione degli incisi; The one con i volumi sfalsati e un incedere inquietante a metà tra il sogno e l’incubo in una versione del folk campestre amara, inquietante, sporca e metallica. Un piccolo disco intimo e ambizioso.
Francesca Becagli
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